Heidi, Heidi, ti sorridono i mo-onti!!
Nel lontano, oramai, 1985 iniziai il primo anno di scuole superiori. Al tempo decisi, tristemente, che l'informatica avrebbe potuto essere il mio mestiere a tempo pieno, quindi scelsi, fra lo scetticismo dei miei ex-professori, di frequentare l'ITIS (istituto tecnico industriale statale). Lo scetticismo aveva due nature: la prima si basava sull'asserzione quanto mai inopportuna che non c'era lavoro per gli informatici dato che di computer al tempo se ne vedevano pochissimi in giro. La seconda riguardava la condizione precaria dell'istituto e sopratutto di chi lo frequentava. L'anno precedente al mio arrivo, un nutrito gruppo di studenti aveva fatto irruzione nella scuola, rubando tutti i registri dei professori, e allestendo all'uopo un bel falò sul tetto (il ricordo del fumo, tra l'altro, è ancora vivo nella mia memoria, dato che il Silvano Fedi era a poche centinaia di metri da casa mia). Lo stesso gruppo di studenti, presumibilmente, aveva anche disintegrato il laboratorio di fisica, spaccando tutti gli strumenti, le vetrine, i libri. Giusto due anni prima, poi, c'era stato il caso di tre tossicodipendenti da eroina che si facevano regolarmente nei bagni, di ragazzi che minacciavano gli insegnanti con coltelli e pistole. E vi giuro che non ero nel bronx, ma in uno dei quartieri più tranquilli della mia città. Io sono stato fortunato, invece, dato che tutte queste cose facevano parte del passato, seppur recente: quindi ho assistito a scene meno truci, tipo ragazzi costretti a cantare “Heidi” a squarciagola durante l'assemblea di istituto, estorsione di denaro sotto forma di quelle che si chiamavano “matricole”, diari distrutti, nella migliore delle ipotesi rubati, sedie volate fuori dalle finestre, e giochi vari più o meno gravi. Uno, ad esempio, lo ricordo con molta simpatia, nonostante la sua incredibile crudezza. Uno studente, di solito un “primino” a cospetto di un veterano di 5., magari ripetente, veniva costretto, mani dietro la schiena, a recuperare con la fronte un foglio da mille lire (di proprietà del malcapitato stesso) che cadeva in terra rasente il muro, pena la perdita del denaro in gioco. Ora, è matematico che non fosse possibile fare in tempo a fermare la caduta delle mille lire, mentre la testa si fracassava inevitabilmente sulla parete. Questo gioco veniva complicato dai più senza cuore usando al posto delle banconote la calcolatrice, e solitamente in questo caso veniva ripetuto fino a quando lo strumento non si rompeva al quinto o sesto atterraggio sul pavimento. Mi ricordo, qualche anno dopo, un mio ingresso in un'aula nella quale la mia prof di inglese stava facendo la sua regolare lezione, vestito da bidello. Cominciai a fare le pulizie, togliendo il registro e i quaderni dalla cattedra, e a cancellare quello che scriveva alla lavagna... uscii tra le grida della poveraccia, che non osò nemmeno farmi punire. Mi ricordo le offese, tra l'altro giustificate, indirizzate al preside, reo di intascarsi i soldi dei finanziamenti statali, durante le assemblee di istituto. Mi ricordo un ascensore presente nel progetto della scuola e costruito solo a seguito di una minacciata denuncia da parte di un professore paraplegico che ogni giorno doveva essere portato in braccio su e giù per le scale. E la mia memoria è labile, chissà quante altre cose non mi ricordo... Nel 1985, ma nemmeno nel '90 quando mi son diplomato, non c'era youtube, non c'erano i videofonini. C'erano i primi esempi di telefono cellulare, che costavano un patrimonio e non erano certo nelle mani di noi studenti. C'erano i diari, i disegni, i racconti, i passaparola. Non c'erano gli sms, le e-mail, internet. Quindi tutte le malefatte e gli episodi più o meno “bassi”, rimanevano nelle nostre teste e non facevano il giro del mondo, spesso non arrivavano nemmeno agli insegnanti né ai genitori.
E ora? Al di là della gravità dei singoli episodi di violenza nelle scuole, amplificati da tutti i media, non sento notizie “fuori dal mondo”, ma solo fatti che bene o male mi ricordano da vicino i miei trascorsi scolastici. Non credo che i giornalisti di cronaca che scrivono di queste cose possano avere un trascorso così diverso dal mio. In conclusione, perché vogliono demonizzare i ragazzi? Perché pongono in maniera così forte e ipocrita il problema della violenza nelle scuole?
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